Categoria | "Altra chiave", PROGETTI

2015.02.20 – “ L’altra chiave e la via del recupero sociale” di Angelica Malvatani

Pubblicato il 22 febbraio 2015 da admin

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Angelica Malvatani

Angelica Malvatani

Una porta, pesante, che si chiude a chiave. Una storia che finisce e un uomo che si guarda intorno a dire: “Da quando ho conosciuto l’arte questa cella è diventata una prigione”. È una delle sene centrali del film “Cesare deve morire”, girato dai fratelli Taviani nel carcere di Rebibbia con i detenuti, per ‘uscire’ da quella quotidianità con l’aiuto dell’arte, della bellezza, di un progetto comune.
Un film, leone d’oro a Berlino, che ha segnato l’avvio della mia esperienza all’interno della Casa di Reclusione di Fermo, una storia che abbiamo raccontato nel corso di una serata speciale voluta dal presidente del Rotary di Fermo Giuseppe Amici.
Due anni fa l’educatore del carcere fermano, Nicola Arbusti, insieme con la direttrice Eleonora Consoli mi hanno proposto di avviare un progetto editoriale, un giornale che desse voce non solo ai detenuti ma anche a chi tra quelle mura lavora.
Il film dei fratelli Taviani l’ho visto pochi giorni prima il mio incontro con i detenuti, ho colto su quei volti segnati dalla sofferenza e dalle vita sbagliate segni di speranza, fame di vita, la ricerca di un nuovo senso.
Qualcuno uscendo ha trovato addirittura un nuovo destino come attore. Sono partita da qui per costruire “L’Altra chiave news”, un trimestrale che racconta le storie di dentro, la sofferenza, le attese quasi sempre deluse di alcuni detenuti a Fermo, pene definitive, più o meno lunghe, quasi sempre per reati legati alla droga, qualche volta per problemi ancora più gravi.
Un progetto al quale hanno dato il loro contributo in questi anni almeno una cinquantina di detenuti, ogni tanto si ricomincia da capo con nuovi volti, c’è chi esce e chi cambia carcere, chi arriva e chi chiede di partecipare e ogni volta si ricomincia.
Alla serata del Rotary ha partecipato anche il Prefetto di Fermo, Angela Pagliuca, che ha portato l’apprezzamento nel nome dello Stato, per un impegno che vale il rispetto della Costituzione, quando impone pene che devono rispettare il senso di umanità e costruire una rieducazione che qualche volta è possibile.
Il sindaco di Fermo Nella Brambatti che pure ha sostenuto con forza il progetto e Letizia Bellabarba, consigliere regionale, hanno portato la loro testimonianza. Letizia in particolare è entrata nel carcere, ha incontrato i detenuti che fanno parte della redazione, ha parlato con loro e ne ha colto il profondo impegno dentro un progetto che sentono profondamente loro. Importante il contatto che c’è stato con la scuola diretta al preside Roberto Capponi, dirigente dell’istituto tecnico commerciale e per geometri Carducci Galilei che ha raccontato: “Abbiamo letto con i ragazzi i quattro numeri del giornale già usciti, abbiamo incontrato i responsabili ma soprattutto abbiamo incontrato i detenuti, nel corso di una mattinata piena di emozione.
Ancora oggi mi commuove ripensare a quanta umanità abbiamo trovato, hanno parlato con onestà ai ragazzi, hanno detto loro di studiare, di stare lontani dalla droga che poi ci si rovina per sempre e non se ne esce più.
Un insegnamento forte che è arrivato dritto al cuore dei nostri studenti, che poi hanno scritto alla redazione, hanno partecipato, hanno parlato di un’esperienza indimenticabile”. E poi, il collegamento con il premio letterario Paolo Volponi, con la proposta di far partecipare alcuni dei detenuti della redazione del giornale alla giuria che ha scelto il libro vincitore, l’organizzazione di un corso di formazione per giornalisti sulla Carta di Milano, la carta deontologica che disciplina la comunicazione di argomenti carcerari, alla quale hanno partecipato due detenuti ‘giornalisti’, tutti eventi che per chi vive un’esperienza di vita tra le sbarre valgono un momento di sollievo e di rinascita.
Nei quattro numeri già usciti si è parlato di sanità in carcere, delle difficoltà legate ai colloqui con i familiari, si è parlato di prospettive nuove e di quello che si cerca di fare dentro perché quei giorni non siano solo tempo buono per guardare il soffitto. Nella consapevolezza che il carcere cambia solo chi lavora.
Angelica Malvatani

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