2015.06.17 – “ Grecia: le armi finte” di Marchetto Morrone Mozzi

Pubblicato il 17 giugno 2015 da admin

Marchetto Morrone-Mozzi

Marchetto Morrone-Mozzi

Chi segue le vicende finanziarie di questi giorni guarda con grande apprensione lo stato della trattativa tra Autorità Greche e della UE sulla sistemazione del debito greco.

Invero, la Grecia è uno Stato economicamente decisamente poco determinante. Il suo PIL è pari a circa 240 miliardi di dollari, circa la metà di quello polacco, e complessivamente arriva a malapena al 2 percento di quello dell’intera UE.

La sua economia è prevalentemente legata al turismo e all’agricoltura.

Manca una vera industria ed anche la benché minima tradizione industriale.

Apparentemente, quindi, l’esito delle trattative sembra avere un impatto assai poco rilevante per tutti noi e non si spiegherebbe, in apparenza, l’accanimento dei media per seguire la vicenda.

Dovremmo cioè concludere shakespearianamente “molto rumore per nulla”?

Direi proprio di no.

Innanzi tutto è in ballo l’idea stessa fondativa dell’euro. La costituzione di un’unica area monetaria presupponeva una somiglianza degli andamenti economici tra i vari Stati partecipanti. Infatti, se uno Stato dovesse manifestare un andamento economico fortemente diversificato rispetto agli altri, fatalmente introduce distorsioni sulla moneta di cui potrebbero fare le spese tutti gli altri Stati.

L’adozione di una moneta unica implica, inevitabilmente, l’accettazione di un’unica politica in materia monetaria che, com’è noto, è esercitata dalla BCE disgiuntamente dalle logiche e dalle esigenze dei singoli Governi.

I Governi, dal canto loro, s’impegnano a varare politiche economiche convergenti e, possibilmente, complementari a quelle monetarie varate dalla BCE per poter assicurare o meglio, a realizzare, realmente e non fittiziamente, un’area comune dove regole e tempi del vivere economico siano sostanzialmente assimilabili.

Introdurre politiche economiche tra loro divergenti e, per giunta, scoordinate rispetto alle politiche monetarie, che invece restano comuni, è come se si volesse cantare l’inno di Mameli sullo spartito dell’Aida!

Ovviamente non funzionerebbe.

Pertanto, tornando alla disputa sulla Grecia, laddove si ammettesse che uno Stato possa restare nell’Euro, ma con politiche economiche autonome e divergenti, verrebbe fatalmente minata l’essenza dell’Unione introducendo elementi disgregativi di vastissima portata e di imprevedibili conseguenze.

Ecco perché si scrive Grecia ma si pronuncia Europa.

Stringendo all’osso, le opposte posizioni che si stanno confrontando nel negoziato sono queste. I greci vorrebbero un taglio del debito, cioè chiedono, con la richiesta di cancellazione del debito, che i creditori rinunciassero a parte dei rimborsi dovendo così accusare perdite nette. I creditori, invece, sono disponibili ad allungare le scadenze dei debiti (che pesano il 180 percento del PIL!)  ma a condizione che i greci facciano quelle riforme che possano lasciar sperare sulla reale possibilità di incasso.

Non so se tutti hanno chiaro in mente, ma l’eventuale uscita della Grecia dalla zona Euro, avrebbe come immediata ed ovvia conseguenza il default totale del debito greco e, con esso, verrebbero meno i rimborsi ai creditori. Le stime parlano infatti di un onere complessivo per gli Stati UE di circa 1.000 miliardi di Euro.

Visto dal lato dei negoziatori europei, il dilemma sta nel fatto che la minaccia di espellere la Grecia dalla zona Euro, ammesso che la cosa fosse giuridicamente praticabile, è di fatto una cartuccia bagnata poiché otterrebbe l’effetto sperato proprio dai negoziatori greci che vedrebbero azzerato il proprio debito.

Visto dal lato dei negoziatori greci, un’uscita dall’Euro causerebbe con ogni probabilità un’ondata d’inflazione e d’impoverimento senza precedenti con la dracma destinata a valere poco o nulla.

I pensionati greci continuerebbero infatti a prendere le loro baby pensioni.

Ma in dracme e non più in Euro.

Le difficoltà del negoziato stanno quindi tutte qui.

I negoziatori greci non hanno armi da usare, ma i negoziatori UE hanno solo armi inutilizzabili.

Il punto è che tutti sanno che non si sta discutendo affatto della Grecia, e che un allentamento dei programmi di risanamento per questo paese si porterebbe inevitabilmente dietro una revisione delle politiche per tutta l’area, rimettendo in discussione i capisaldi del fiscal compact europeo.

Sul piano politico, questa revisione toglierebbe il fiato ai vari movimenti anti-euro nei paesi del Sud d’Europa, ma ne amplificherebbe i toni nel Nord e soprattutto in Germania, dove Angela Merkel, dopo aver già dovuto ingoiare il rospo del Quantitative easing della Bce, possa digerire anche l’abbattimento delle politiche di rigore a favore della spensierata espansione del debito.

Dunque, la partita è aperta e non è affatto detto che un compromesso, per quanto ragionevole sarebbe sperarlo, alla fine si trovi.

Marchetto Morrone Mozzi

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