2015.05.02 – “Cristoforo Colombo: navigatore fragile e malato” di Paolo Signore

Pubblicato il 02 giugno 2015 da admin

Paolo Signore

Paolo Signore

Cristoforo Colombo, navigatore ed esploratore italiano che non ha certo bisogno di presentazioni, nacque a Genova il 3 agosto 1451 da Domenico, tessitore di lana, e Susanna Fontanarossa, e fin da giovane non sembrava affatto interessato ad apprendere i segreti dell’arte lavorativa paterna, ma volgeva piuttosto la sua attenzione al mare, ai suoi segreti ed al suo fascino, con particolare interesse alle conformazioni geografiche del mondo allora conosciuto.
Di lui sappiamo che non frequentò scuole regolari e che tutte le cognizioni in suo possesso gli derivarono dalla sapiente e paziente opera del padre, che gli insegnò anche a disegnare carte geografiche. Approfondì poi lo studio, la lettura ed il disegno delle carte nautiche grazie al fratello Bartolomeo, cartografo anch’egli, ed al geografo fiorentino Paolo dal Pozzo Toscanelli (1397-1482): in seguito a questi studi e navigando dall’Africa al Nord Europa per rotte commerciali,
si convinse della nuova teoria che circolava al tempo, ossia che la Terra fosse rotonda e non piatta come da millenni si andava affermando.
Alla luce di queste nuove rivelazioni che gli aprirono orizzonti infiniti in testa, Colombo cominciò a coltivare l’idea di raggiungere le Indie navigando per rotte sconosciute verso occidente e quindi l’ignoto. Ma per realizzare una simile impresa aveva bisogno di fondi e navi: si rivolse così alle corti di Portogallo, Spagna, Francia ed Inghilterra, che per anni non si trovarono disposti a concedergli fiducia, finché, come ben sappiamo, nel 1492 i sovrani di Spagna, Ferdinando e Isabella, dopo qualche tentennamento, decisero di finanziare il primo viaggio.
Quando si pensa ai navigatori dell’epoca ed a quello che dovevano affrontare nei loro lunghi e peri-colosi viaggi, ci si immagina fossero gente solida, tosta, con una salute di ferro. A quel poco che se ne sa, invece, la realtà era ben diversa e così anche il più grande di essi, Cristoforo Colombo, sembra non fosse esattamente il ritratto della salute: a questo proposito notizie sicure si riscontrano nei diari del figlio Fernando, che accompagnò il padre in numerosi dei suoi viaggi e che con sufficiente precisione annotò indizi ed elementi che, effettivamente, possono permettere di formulare una “post-diagnosi” non del tutto campata in aria dei guai fisici, non proprio lievi, che perseguitarono il grande navigatore.
Nella biografia di Colombo il figlio Fernando racconta che durante il suo secondo viaggio nel Nuovo Mondo (1493-’96) “per le importanti fatiche patite e per la sua debolezza, e per la carestia di cibo, fu assalito da febbre pestilenziale e mal di mazucco, che privollo della vista e dei sensi e della memoria di un subito”. Verosimilmente poté trattarsi di una malattia intestinale grave di tipo tifoideo e ciò si evince sia per il carattere “pestilenziale” (termine che al tempo si usava per indicare qualsiasi malattia contagiosa, dall’influenza al vaiolo, dalla peste al tifo petecchiale appunto), sia per la definizione quale “mal di mazucco” (così come nel ‘500 veniva chiamata una grave e contagiosa malattia dei polli, spesso mortale, caratterizzata da febbre e diarrea profusa), sia per le caratteristiche generali dell’affezione descritte dal figlio Fernando: astenia grave, ottundimento del sensorio, febbre remittente, obnubilamento della vista, intensa cefalea.
La salute di Colombo non doveva essere proprio di ferro se già verso i 40 anni sembra che soffrisse di forti e violenti attacchi di reumatismo articolare con accessi febbrili, invalidanti e violenti dolori alle articolazioni delle mani, ginocchia e caviglie, che lo costringevano a letto per lunghi periodi e che lo stesso navigatore, in una lettera indirizzata al figlio Diego, descrive come “un male sì forte e il freddo talmente lo aggrava che non mi permette camminare e scrivere fuorché di notte, poiché nel giorno toglie forza alle mie mani”.
Molti storici della medicina sono a favore di una diagnosi di Artrite Reumatoide, una forma di poliartrite aggravata dalle continue esposizioni al freddo ed alle intemperie, alla forte umidità dell’ambiente marino, alla pioggia, alle notti insonni passate sul ponte scoperto delle navi.
In ogni libro sulla vita di Cristoforo Colombo, compresa la biografia scritta dal figlio Fernando, si narra che lo stesso morì a causa di “attacchi di gotte”, ma appare francamente difficile confermare questa diagnosi tanatologica: vari indizi non forniscono a tal proposito precisi e puntuali riferimenti e del resto di malattia gottosa in quanto tale nella famiglia dell’illustre navigatore non se ne può riconoscere una certa familiarità, né si può invocare il fattore alimentare (abuso di alcool e carne), dal momento che lo stesso figlio definisce il padre “come molto continente e modesto sia nel bere e nel mangiare”. Non si può, insomma, affermare con certezza che si sia realmente trattato di artrite gottosa, anche perché nei ricordi di Fernando manca qualsiasi accenno alla infiammazione delle articolazioni delle dita del piede, tipica della gotta , mentre è frequente piuttosto l’allusione all’interessamento delle mani.
Quando Colombo tornò in Spagna nel 1504 dopo il suo ultimo viaggio aveva 53 anni ed era in pessime condizioni di salute. “I miei occhi tanto non erano stati ammalati, né io avea sofferto dolori così violenti come allora”: così lo stesso Colombo descrive una fastidiosa affezione agli occhi di cui era affetto, una infiammazione, una sorta di congiuntivite che a volte gli aveva reso impossibile persino la lettura e che, come buona parte dei marinai dell’epoca, era probabilmente dovuta ed aggravata ad irritazione da fattori atmosferici (freddo, vento, raggi solari) patita nelle lunghe e logoranti peregrinazioni per mare.
Il famoso storico medico Francisco Guerra, basandosi sull’analisi retrospettiva delle più importanti affezioni che colpirono Colombo nella sua vita (artrite, tifo, oftalmie e reumatismi in varie epoche), prospettò, quale nuovo inquadramento clinico della patologia del grande navigatore, la Sindrome di Reiter, una forma di spondiloartrite sieronegativa conseguente ad un processo infettivo inizialmente localizzato in siti non articolari, quali l’uretra o l’apparato gastroenterico e caratterizzata per l’appunto, come nel nostro caso, da una triade di processi infiammatori: artrite, congiuntivite, gastroenterite e/o uretrite.
Contrariamente a quanto si è creduto per decenni, che si trattasse di una forma di artrite (Reiter o Reumatoide che sia) e non di gotta, fu confermato dal reumatologo americano Frank Arnett, docente alla University of Texas Medical School di Houston in Texas, che nel 1995 presentò le conclusioni di un suo lungo studio alla Maryland School of Medecine di Baltimora: secondo il dr. Arnett, Colombo, che negli ultimi anni della sua vita era zoppo, in preda a remittenti accessi febbrili ed altri sintomi tipici dovuti alla progressiva artropatia, non rispondeva certamente allo stereotipo dell’uomo di mare, forte, robusto, incline a consumare alcool, ricchi e pesanti cibi ipercalorici, fattori che possono predisporre alla malattia gottosa.
Del resto, per quanto se ne sa, il suo aspetto, la sua conformazione fisica lo fanno più ragionevolmente avvicinare alle popolazioni nordiche, dove più elevata e significativa è la concentrazione delle malattie reumatiche e della Sindrome di Reiter in particolare. Alto, pelle chiara, occhi azzurri ed infossati, naso aquilino, volto lungo e stretto, Colombo avrebbe potuto avere, secondo Arnett, antenati nord-europei e quindi aver ereditato il gene dell’artrite reattiva: “L’ammiraglio fu di ben formata e più che mediocre statura, di volto lungo e di guance un po’ alte, senza che declinasse a grosso e maldicente. Havéa il naso aquilino e gli occhi chiari, bianco e acceso il vivo colore e nella sua gioventù ebbe i capelli biondi”. Così descrive il padre nei suoi scritti biografici il figlio Fernando.
Il grande navigatore non guarì mai completamente dalla prima crisi di reumatismo articolare che si manifestò con un attacco lancinante alle gambe, braccia e mani durante una tempesta in mare sulla via del ritorno dal primo dei 4 viaggi alla scoperta dell’America: gli attacchi reumatici si acuivano particolarmente alle esposizioni al freddo ed alle umidità durante la navigazione, in particolare nei periodi di malnutrizione ed insonnia cronica, fino a debilitarne il fisico e causarne la morte, che avvenne nel 1506.
A tal proposito non si può escludere che la malattia di cui era affetto l’illustre genovese comportasse l’endocardite, quale temibile, frequente e pericolosa complicanza di morte. Questa eventualità appare denunciata dalla prostrazione profonda, dall’affanno precordiale, quel senso di ” completo sfinimento” di cui l’ammiraglio soffrì negli ultimi tempi, quali sintomi di scompenso cardiaco. Né il cuore di Colombo fu risparmiato, reumatismo ed endocardite a parte, da stress e patimenti di ogni genere: ansie, delusioni, frustrazioni, mortificazioni, lotte continue contro uomini e cose, oltre alla pena profonda di veder misconosciuta la propria grande impresa.
Cristoforo Colombo morì a Valladolid il 20 Maggio del 1506 e nessuna autorità fu presente al funerale, che passò inavvertito alla maggioranza della gente ed anche alla cronaca.
Inizialmente fu sepolto nella cappella di Santa Maria de la Antigua, nella chiesa di san Francesco, ma a poco meno di tre anni dalla sepoltura le sue spoglie furono trasferite nella certosa di Santa Maria de Las Cuevas di Siviglia dove, affidate ai frati dal figlio Diego, vennero collocate nella cappella di Santa Anna con apposizione di una piccola lapide con su scritto: “A Castiglia e a Leone, Nuovo Mondo dette”.
Si può ragionevolmente affermare che Colombo navigò forse più da morto che da vivo: dalla certosa di Siviglia infatti i suoi resti furono traslati ed inumati nella cripta di un monastero a La Cartuja e successivamente, nel 1509, posti nella cattedrale della stessa Siviglia.
Le spoglie dell’illustre navigatore non finirono di trovar pace, al punto che nel 1537 vennero trasportate a Hispaniola, nella cattedrale di Santo Domingo, dove rimasero fino al 1795 quando, alla firma del trattato di Basilea che sanciva la fine della guerra franco-spagnola, l’isola dovette essere ceduta ai francesi: gli spagnoli, onde evitare che cadessero in mano francese, ne spostarono i resti nella cattedrale dell’Avana dove rimasero fino al 1898, anno del trattato di Parigi che sancì il termine della guerra ispano-americana con l’avvio di Cuba all’indipendenza.
Le autorità spagnole a quel punto decisero di riportare in patria il grande navigatore, che si accinse così, ancora una volta, ad attraversare l’Atlantico: i resti partiti con la nave da guerra Conde de Venadito approdarono a Cadice e da qui furono finalmente trasferiti di nuovo nella Cattedrale di Santa Maria della Sede di Siviglia dove Colombo venne definitivamente tumulato in un elaborato catafalco.
Finalmente …… requies aeterna!
Paolo Signore

Cristoforo Colombo

Cristoforo Colombo

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