2015.04.25 – “George Gershwin: musica e neurochirurgia” di Paolo Signore

Pubblicato il 26 aprile 2015 da admin

Paolo Signore

Paolo Signore

George Gershwin, il cui vero nome era Jacob Gershwitz, nacque a Brooklin  il 26 Settembre 1898 da una famiglia ebrea di origine russa. Suo padre Morris, immigrato da Pietroburgo nel 1891, ben presto americanizzò il suo cognome in Gershwin e dopo quattro anni sposò Rose Bruskin, compatriota e figlia di un commerciante di pellicce.

Diversamente dall’infanzia di altri musicisti, quella di George fu tra le più comuni, vissute nei quartieri più poveri di New York, a contatto con le diverse realtà della vita quotidiana, nell’America degli uo­mini d’affari, dei gangsters, del jazz e dei grattacieli, che inevitabilmente e positivamente influenzarono i suoi gusti musicali: una storia tipicamente americana, con l’infanzia tra­scorsa a giocare nelle anguste e chiassose strade dell’East Side, in mezzo ad un nugolo vociante di ragazzini di ogni razza e colore.

George era un ragazzo di bell’aspetto e talentuoso ma non un “duro”, come molti dei suoi amici che inevitabilmente finirono nei collegi correttori: si fermava magari incantato ad ascoltare la Melodia in fa di Rubinstein da un pianino automatico a getto­ne, poi la lunga gavetta nell’imprevedibile mondo della musica, infine il successo e la ricchezza: il classico “self made man”, che per farsi le ossa e guadagnarsi da vivere faceva l’accompagnatore di piano all’Aeolian Hall o suonando otto ore al giorno come “song plugger” a 15 dollari alla settimana musiche banali ed accattivanti per un publico disattento e distratto.

Abbozzò timidamente le prime composizioni personali a 16 anni e già nel 1916 il suo primo brano musicale, The making of a girl, fu inserito in una produzione di Broadway. Frequentò compositori del calibro di Jerome Kern e Irvin Berlìn e le sue canzoni cominciarono a fare il giro dei teatri di Broadway: il brano Swanee, scritta a 19 anni e lanciata dal famoso Al Jolson, vendette ben due milioni e mezzo di dischi, ma il primo vero successo lo raggiunse nel 1918 con You just jou-oo, inserita nella commedia musicale Hitchy Koo. Da qui l’ascesa trionfale verso una fama  planetaria: nel corso della sua breve ma intensa carriera realizzò trentadue musical teatrali e sette cinematografici, quindici opere classiche, più di settecento memorabili canzoni, musiche indimenticabili quali Rapsodie in blue, Un americano a Parigi, Porgy and Bess (con l’indimenticabile Sommertime), The man I love, Somebody love me …. 

George però di tutto aveva l’aria tranne che del “compositore”, così come inteso a quel tempo. L’aspetto era di un ragazzo normale, gradevole ed attraente, non molto alto ma di corporatura atletica, occhi vivaci, volto espressivo, capelli neri pettinati all’indietro a denunciare una precoce ten­denza alla calvizie, fronte ampia, naso aquilino, labbra carnose e quasi costantemente atteggiate ad un sorriso sardonico ed interro­gativo.

Nonostante un aspetto così fiorente, però, George soffriva costantemente di mal di sto­maco e dispepsia e forse per questo si nutriva prevalentemente con farina d’avena, biscotti, toasts e macedonia di frutta. Se oggi il medico trova difficoltà nello stabilire la causa di una gastri­te, negli anni venti le difficoltà non erano certamente minori, tanto che, fatto il giro dei più noti internisti, George decise di affidarsi allo psicoanalista, nuovo tipo di figura professionale che imperiosamente stava emergendo in quegli anni a New York e che, visti i tratti caratteriali e comportamentali del personaggio e scavando nella sua personalità così intensa e frenetica, non esitò ad etichettare come “psi­cosomatica” la malattia del grande musicista. Convulsa ed iperattiva del resto era la sua attività fisica e mentale, tanto da venir definito una “dinamo umana”, con la sua giornata divisa tra esibizioni, concerti, impegni, appuntamenti con impresari, giornalisti, orche­strali, copisti e composizione a cui dedicava le prime ore del mattino, mentre New York era ancora immersa nel sonno: “Quando sono al piano non ho  coscienza né controllo di ciò che avvie­ne intorno a me”.

Gli psicoanalisti ebbero un bel da fare anche per le crisi depressive che intorno al 1934 fecero la loro prima comparsa: la vita sociale attiva e frenetica che Gershwin conduceva cominciò a stancarlo, al punto di esprimere nei suoi confronti considerazioni di noia ed insofferenza. La sua depressione riconobbe picchi altissimi e, ridotto a “uomo solo, strano e triste”, cominciò a pensare al matrimonio, ma l’attrice Paulette Goddard, sposata con Charlie Chaplin, di cui si innamorò perdutamente, non ne volle assolutamente sapere, la qual cosa aggravò ulteriormente il suo già depresso tono dell’umore.

Nel Febbraio del ’37, durante una esibibizione con la Los Angeles Simphony Orchestra, improvvisamente perse i sensi, la qual cosa si ripetette nella primavera dello stesso anno con la comparsa di crisi tonico-clonica generalizzata, mentre negli studi della Metro Goldwyn Mayer stava lavoran­do alle Goldwyn Folies n.5. Nell’aprile del ’37, due mesi dall’inizio dei fatti, fu vittima di una seconda crisi epilettica, identica alla precedente. I medici, subito accorsi, attribuirono lo svenimento ad un esaurimento nervoso ed all’America preoccupata per lo stato di salute del grande musicista la madre di George dichiarò alla radio: “Negli ultimi tempi George ha lavorato troppo. E’ molto stanco. Ora ha bisogno di tranquillità e riposo”.

Lo svenimento di George negli studi della Metro non preoccupò nes­suno e purtroppo nessun medico sino ad allora capì che di lì a poco si sarebbe consumato un terribile dramma, nè diede peso a qualche sintomo pre­monitore denunciato dallo stesso musicista. George infatti riprese a lavorare febbrilmente e stu­diare composizione sotto la guida di Joseph Schillinger, credendo di avere an­cora tutta una vita dinanzi a sé, con l’impegno moralmente assunto nei confronti del pubblico di tutto il mondo, ma al contempo riferiva sintomi strani quali “sento salire dalle narici un odore indefinibile come di gomma bruciata” ed una intensa ed ingravescente cefalea, prevalentemente mattutina.

Nell’estate del ‘37, mentre stava lavorando al suo quarto film, “The Goldwyn Follies”, non si presentò al teatro di prosa: lo trovarono a casa, seduto sul suo letto in stato catatonico, con gli occhi sbarrati, senza avere alcuna idea di quanto tempo fosse rimasto così. A partire da quel momento la sua malattia divenne qualcosa di più serio, i mal di testa si intensificarono sempre piu frequenti e laceranti, certamente non più imputabili a semplici crolli nervosi o a malesseri d’origine psichica e si rese evidente una sorta di “bradifrenia” generalizzata, vale a dire un rallentamento delle funzioni psichiche e dei movimenti del corpo dovuti nel suo caso ad un tumore che lentamente stava crescendo nel suo cervello.

Seguirono necessariamente altri consulti medici e, mentre la cefalea di George si faceva sempre più intensa, nessuna indicazione diagnostica gli venne fornita, anche se i sintomi erano ben chiari. Un sabato mattina, il 10 luglio 1937, mentre era ancora in casa, fu colpito da un altro svenimento. Lo trasportarono d’urgenza alla Clinica Cedri del Libano di Beverly Hill in California dove, con imperdonabile ritardo, entrò in contatto con la neurochirurgia: venne sottoposto a Wassermann che risultò negativa, ed un fondo oculare anch’esso negativo.

Né fu dato grande peso alla riduzione dell’olfatto, una sorta di anosmia per cui i medici, all’atto della dimissione, proposero un trattamento psicoanalitico: Gershwin accettò di buon grado, mentre la sua salute peggiorava rapidamente ed in modo allarmante. Pochi giorni dopo essere uscito dall’ospedale, l’ennesimo collasso seguito da una crisi epilettica che lo lasciò senza conoscenza: riportato di corsa in ospedale dove arrivò in stato comatoso, con una paralisi al lato sinistro del corpo ed un grave papilledema, dopo tanti ritardi, finalmente fu chiaro il male di cui soffriva, una malattia organica progressiva causata da un tumore maligno cerebrale.

Le condizioni disperate dell’illustre paziente imponevano un intervento d’urgenza e chi meglio del famoso neurochirurgo Harvey Cusching, pioniere della neurochirurgia di Baltimora? Ma Cusching rifiutò perchè ritiratosi dal lavoro e consigliò il Dott. Walter Dandy, uno dei suoi migliori allievi, che in quel momento però era in vacanza su uno yacht al largo di Boston, nell’altra costa degli Stati Uniti. Venne contattato dalla guardia costiera e scortato fino in Maryland, dove un aereo dell’American Airlines lo condusse a Los Angeles. Il chirurgo, arrivato dopo cinque ore e, dopo aver discusso il caso con il neurochirurgo locale che non aveva avuto il coraggio di operare, si occupò personalmente dell’intervento che fu immediato.

Era il 10 Luglio1937. Dopo un radiogramma ventricolare per localizzare esattamente il tumore, il quadro si presentò chiaro: il ventricolo destro era schiacciato ed il corno temporale praticamente vuoto; la pressione endocranica altissima, il tutto a rilevare che il tumore era nella regione temporale destra con la conseguente formazione di un’ernia cerebrale. Appena aperto il cranio e sollevato il tavolato osseo il chirurgo si trovò davanti ad una situazione tragica, assai peggiore di quanto si aspettava: il grosso tumore, penetrato in profondità, aveva compromesso irri­mediabilmente la vitalità di tutto il cervello e per tentare di asportarlo i medici impiegarono più di  cinque ore. L’anatomo patologo definì la massa “spongioblastoma multiforme”, un termine che equivale al moderno “astrocitoma maligno”, comunque un male senza alcuna possibilità di miglioramento,  né guarigione.

Gershwin non sopravvisse all’intervento e, come sappiamo, morì la mattina successiva intorno alle 10,30 sen­za aver ripreso conoscenza. Tutto il paese sprofondò nel lutto e l’America intera pianse, nella consapevolezza di aver perduto chi seppe interpretare la sua vera anima.

L’intera rete radiofonica nazionale sospese ogni trasmissione per dif­fondere da New York un grande “memorial” dedicato al musicista, con la partecipazione di Paul Whitman, Al Jolson, Fred Astaire e Bing Crosby.

Fu sepolto a Westchester Hills Cemetery a Hastings on Hudson, New York

Paolo Signore

George Gershwin

George Gershwin

 

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