2015.03.24 – “Franz Liszt: malanni e crisi mistiche” di Paolo Signore

Pubblicato il 23 marzo 2015 da admin

Paolo Signore

Paolo Signore

Franz (Ferencz) Liszt, Putzi per gli amici, nacque a Rauding in Ungheria nella notte tra il 20 ed il 21 Ottobre del 1811 e fin da piccolo palesò un amore viscerale per la musica. Da vero, autentico énfant prodige già all’età di 8 anni tenne il suo primo concerto, a 10 compose il “Tantum Ergo”, suo primo brano musicale, a 11 il “Don Sanche”, opera in un atto, e dall’età di 12 la sua bravura e notorietà fu tale da venir unanimemente definito dalla critica dell’epoca come “l’ottava meraviglia del mondo”.
La precocità e l’immensa capacità musicale del piccolo Franz indusse il padre Adam, violoncellista, appassionato di musica e componente della locale orchestra, nonché contabile della proprietà del principe Esterhazy, a lasciare il lavoro di amministratore per investire ogni suo risparmio sul figlio, affidandolo ai maestri Czerny, già allievo di Beethoven, e Salieri, maestro di cappella della corte di Vienna, conosciuto per i suoi pregressi rapporti conflittuali con Mozart.
Da piccolo Franz non conobbe la gioventù spensierata e gioiosa dei suoi coetanei ed il suo mondo fu solo viaggi, carrozze, teatri, esibizioni, salotti e concerti nelle città e capitali europee più importanti: Parigi, Vienna, Monaco, Strasburgo, Londra, tutti ad ascoltare ed ammirare quel piccolo genio, vero e proprio mostro di bravura.
Ma si sa che il successo costa caro, soprattutto per un giovane che, come lui, di certo non si risparmiava e non badava alla fatica di viaggi e trasferimenti, estenuanti per l’epoca. Così a Parigi, stremato dalla debolezza e dall’emozione, svenne proprio nel bel mezzo di un’esecuzione al pianoforte ed a Bonn ammalò di ittero (probabilmente un’epatite virale).
Franz Liszt sarebbe vissuto a lungo, ben 74 anni, molti per l’epoca se si considera che la vita media era allora di circa 40 e, tutto sommato, abbastanza in discreta salute, anche se nulla lasciava presagire qualcosa di buono in quanto nell’infanzia, fragile e malaticcio, spesso andava incontro a febbri elevate e convulsioni, tanto da farlo considerare un epilettico.
Alto 1 metro e 80, spalle strette, fronte ampia ed arcuata, lungo naso affilato, capelli biondi, vellutati, lisci e lunghi fin le spalle, sguardo magnetico e profondo, conferivano al Maestro un fascino tutto particolare ed accattivante a cui non potevano certamente resistere le belle donne di cui era prodigo l’ambiente che lo circondava all’epoca. Altra caratteristica, come documentato da ritratti e foto, erano le piccole macchie cutanee, “molles naevi” (nei molli), che com¬paiono non di rado sul viso e sul dorso delle mani nelle persone di mezza età e nel suo caso definite dalla stampa popolare dell’epoca “grani di genio”, proprio perché si faceva rapportare la loro presenza ed il loro progressivo incremento nella cute del Maestro alla sua bravura nel comporre e suonare.
La sua salute ed il suo modo di suonare furono invero sempre strettamente collegate: la fortissima motivazione che ebbe, fin da giovanissimo, di diventare un prodigio della tastiera, la concentrazione allo studio ed il continuo esercizio lo spinsero oltre i suoi limiti fisici e furono la causa dei tanti malanni, o anche di semplici disturbi, che naturalmente si accentuarono molto con il passare del tempo. Le malattie così vennero trascurate, come accadeva allora nella maggior parte dei casi e di conseguenza, con l’andar del tempo, lo stato di salute del compositore ungherese – tedesco d’adozione – fu costellato da malattie di varia natura, fino alla quella cardiaca che ne determinò la fine, in un declino fisiologico aggravato da uno stile ed abitudini di vita certamente non consone alla statura del personaggio: accanito fumatore di sigari e pipa, unì la sfrenata passione per i caffè ad una buona dose giornaliera di alcool, subdolo veleno di cui fece uso in abbondanza fin dalla gioventù, prima limitandosi a bere sino appena al limite della tolleranza, poi arrivando a consumare fino a mezza bottiglia di cognac al giorno.
Le mani di Liszt, lunghe, sottili e delicate, ma forti e leggendarie per la capacità di suonare con una tecnica assolutamente perfetta, la così detta “tecnica trascendentale”, gli permettevano di eseguire qualsiasi brano musicale di qualunque difficoltà: le dita sembravano magiche, dotate di una mobilità eccezionale, dando l’impressione che non toccassero i tasti, ma che ne estraessero i suoni come per un fenomeno di puro magnetismo e volavano con assoluta precisione sulla tastiera dell’organo o del pianoforte con una leggerezza e nitidezza uniche, come solo pochi autori potevano fare. Ma talvolta capitava che, durante la stagione dei concerti, cominciassero a tremare senza che fosse possibile controllarle e non era solo un fattore emotivo a scatenare un simile tremore, tanto che più volte nel corso della sua vita le stesse si trovarono al centro dell’attenzione da parte dei medici, specie negli ultimi anni, quando furono colpite da una forma di “osteoartrite”.
La punta dei polpastrelli era gonfia come per un attacco di gotta e da un attento esame di alcune foto risalenti al 1886 risultano evidenti i così detti “Noduli di Heberden” (piccoli noduli duri situati a li¬vello delle articolazioni delle dita dovuti a calcificazioni delle cartilagini articolari, tipici appunto dell’osteoartrite): il dolore si estendeva a tutta la mano, compresa l’articolazione del pollice, con conseguente limitazione della estensione delle dita, per cui il Maestro, che negli anni aveva toccato i vertici tecnici del vero virtuosismo pianistico, non riusciva più a coprire un’estensione di “decima ” (cioè un tasto con il pollice e nove tasti più in su con il mignolo), come richiesto in alcuni passaggi dei suoi “Concerti per pianoforte”.
Del resto le mani del compositore erano tutto quello che possedeva per il suo lavoro, per cui è lecito pensare che il dolore non fosse solo fisico, ma anche fonte di dispiacere e di abbattimento per un concertista della sua fama, conseguenza di una preoccupazione molto presente anche a livello psicologico: il proverbiale virtuosismo s’era decisamente appannato e per compensare l’osteoartrite il Maestro teneva le mani molto aderenti alla tastiera, in contrasto con la posizione adottata negli anni del massimo virtuosismo giovanile.
La malattia articolare colpì progressivamente anche le anche per cui il musicista zoppicava visibilmente, sia per questa ragione che per l’interessamento dell’artrite anche a caviglie e piedi.
Nonostante i suddetti malanni e la debolezza fisica che lo accompagnò sin dalla giovinez¬za, Liszt continuò imperterrito la propria frenetica attività di compositore e con¬certista, anche se un’incipiente cataratta, aggravata da una forte presbiopia e da una forma di ectropion palpebrale (condizione in cui il margine palpebrale è rivolto verso l’esterno con conseguente esposizione della congiuntiva), creò non poche difficoltà nella lettura e nella scrittura delle note. Fu anche visitato da uno dei più noti oculisti dell’epoca, il Dr. Karl Von Grafe, il quale constatò che la cataratta, inizialmente nell’occhio sinistro, si era poi estesa anche al destro e che il visus era così com-promesso da consentire al musicista di percepire soltanto la luce ed il movimento delle mani.
Dopo la separazione da Marie d’Agoult, sua fedele compagna per molti anni, al rientro dalla terza tournèe in Inghilterra, idolatrato come un eroe nazionale, se ne tornò tutto solo in Ungheria dove compose le famose “Rapsodie Ungheresi”, attingendo a piene mani dalla musica popolare, e diede inizio al “Secondo concerto per pianoforte”.
Ma da quel momento, pervaso da malinconia e sconforto, preoccupato dagli ingravescenti malanni che minavano la sua salute, fece trascorrere tre anni di completo abbandono, trascurando pianoforte e composizione, divorando avidamente libri di ogni genere. In una lettera indirizzata a George Sand, sua fedele amica e compagna di Chopin, scrisse testualmente: ”Omero, Platone, Byron, Hugo, Beethoven, Bach, Mozart sono tutti intorno a me. Li studio, li medito, li divoro con furore e mi lascio sommergere da un amaro disgusto dell’arte che vedo ridotta a un mestiere redditizio, a un divertimento destinato a compagnie allegre; vorrei essere qualsiasi cosa piuttosto che musicista al servizio di gran signori, protetto e pagato da loro alla stregua di un giullare”.
Depresso nel profondo dell’anima, in preda a vere e proprie crisi di misticismo pensò di abbracciare il sacerdozio: “Questa è la mia vocazione: l’ho avvertita dall’età di sedici anni, ha sempre inondato con la sua gloria tutta la mia anima”. Del resto, fin dall’infanzia, un senso di profonda religiosità da sempre aveva pervaso la sua esistenza ed anche nei periodi della convulsa attività fisica e creativa aveva trovato il tempo di rifugiarsi in chiesa, immolandosi in mistiche e struggenti preghiere.
E proprio in quel periodo della sua vita, in occasione dell’esecuzione di un Pater noster in una chiesa di Kiev, non poteva incontrare di meglio che la principessa Caroline Sayn Wittgenstein, trent’anni, infelicemente sposata, scrittrice, anch’ella pervasa come lui da una profonda religiosità, che non le avrebbe tuttavia impedito di abbandonare il marito per andare a vivere a Roma con il compositore in una situazione ambigua e paradossale: da veri e propri “amanti mistici” dormivano in stanze separate ma vicine tra loro, frequentavano i migliori salotti della capitale popolati da alti prelati e mentre Franz deliziava al piano con sublimi esecuzioni, Caroline, al centro dell’attenzione, intratteneva i presenti chiacchierando e fumando enormi sigari.
A dividere i due c’era però il matrimonio di lei che la Chiesa non inten¬deva assolutamente sciogliere e l’atteggiamento sempre più mistico di lui, che si dichiarava ormai apertamente “francescano”, pronto a indossare l’abi¬to talare, maturo e convinto della decisione di farsi sacerdote, tanto che, per dissimulare agli occhi del clero la relazione con Caroline, si ritirò nel chiostro della Chiesa della Madonna del Rosario, sulla via Trion¬fale.
Ormai la sola cosa che distingueva Liszt da un vero prete era la bianca camicia indossata sopra una lunga tonaca nera, al punto che Caroline cominciò a chiamarlo in pubblico “San Liszt” e quando arrivò la notizia che suo marito era morto, di comune accordo i due rinun¬ciarono a sposarsi. La casta amante seguì il suo “santissimo uomo” anche quando questi prese gli ordini religiosi ricevendo la tonsura in Vaticano dopo aver tra¬scorso i regolamentari tre mesi di noviziato al convento dei Lazzaristi: il musicista era finalmente diventato abate in tutto e per tutto, con tanto di fibbie argentate alle scarpe, collare, decorazioni e bottoni di madreperla sulla tonaca.
Anche l’aspetto esteriore assunse la caratteristica dell’asceta-predicatore: alto, magro, spettrale, naso ancor più affilato, occhi intensi ed infossati, capelli bianchi e lunghi fin le spalle, viso incavato, mandibola abbassata: “un solitario vecchio ecclesiastico a cui si guarda come ad un mago rimbambito che si balocca con i resti del suo antico sapere e della sua vecchia potenza”. Da sempre più incallito fumatore, accendeva freneticamente la pipa tra una sigaro e l’altro, anche di notte, durante il lavoro o mentre dava lezioni di piano e da buon bevitore non si faceva certamente mancare la sua buona ed abbondante dose giornaliera di cognac: la micidiale combinazione di tabacco ed alcol rappresentò così fattore importante nel far progredire e complicare preesistenti problemi di salute, oltreché causare manifestazioni patologiche sempre più marcate a carico del cuore e dell’apparato respiratorio. Si può trovare conferma della progressiva forma degenerativa di cuore e polmoni in alcune fotografie degli ultimi tempi di vita, in cui Liszt appare invecchiato ed ingrassato, con il torace prominente a botte, a causa della malattia ostruttiva delle vie respiratorie ed il corpo rigonfio (“idropico” come si diceva allora) di liquido edematoso per l’ingravescente insufficienza cardiaca con congestione venosa periferica.
Nel 1886, anno del suo decesso, a Bayreuth dove si era recato per il Festival Wagneriano, il musicista ammalò di polmonite, contratta durante il viaggio in treno dove due ragazzi s’era¬no rifiutati di chiudere il finestrino come lui aveva chiesto a causa del freddo intenso. Dopo aver ascoltato, ancora febbricitante, il Tristano e Isotta, il Maestro si mise a letto ed ai medici Fleischer e Landgraf, chiamati al suo capezzale, non ci volle molto per formulare la diagnosi: prescrissero morfina per sedare la tosse, bagni caldi ai piedi ed improbabili quanto inefficaci empiastri senapati.
La morte sopravvenne per questa causa e più verosimilmente per “spasmi cardiaci” (evidentemente attacchi anginosi), predittivi di infarto del miocardio. Alle 22,30 del 31 luglio 1886, visto che ogni tentativo di rianimare il paziente risultava infruttuoso, Landgraf praticò un’iniezione intracardiaca di canfora: Liszt ebbe un sussulto, una violenta contrazione e ricadde morto.
La compagna Caroline e la figlia Cosima decisero di seppellirlo a Bayreuth, malgrado il Maestro avesse chiesto espressamente di essere tumulato a Budapest: nessuna eredità a differenza di Gioacchino Rossini, ma solo un abito talare, una camicia e qualche sigaro.
Paolo Signore

Franz Liszt

Franz Liszt

I commenti sono disabilitati.