2015.02.19 – “Gioacchino Rossini: un “crescendo” di malattie” di Paolo Signore

Pubblicato il 19 febbraio 2015 da admin

Paolo Signore

Paolo Signore

Gioachino Rossini nacque a Pesaro il 29 Febbraio 1792 da Giuseppe, detto “Vivazza”, suonatore di corno e tromba nella banda cittadina, e da Anna Guidarini, mediocre cantante di secondo livello in teatri di periferia.
Soprannominato dai suoi amici più intimi “Il Cigno di Pesaro”, ebbe la sua prima opportunità musicale quando un’opera del cartellone cittadino venne improvvisamente a mancare: ci pensò lui ed orchestrò il libretto in un battibaleno. Aveva inizio così una carriera spaventosamente produttiva che l’avrebbe reso famoso dall’oggi al domani. A 21 anni era già celebratissimo e divenne ben presto il cosiddetto maestro di cartello, il cui nome era sufficiente per riempire una sala in un turbine di innovazioni rivoluzionarie. Le sue opere fecero ben presto il giro del mondo ed il pubblico prese a dividersi tra rossiniani e antirossiniani e lui, inebriato ed ispirato, scrisse il Barbiere di Siviglia in 13 giorni e Cenerentola in 14, quindi una media all’anno di sei tra commedie, opere e composizioni, avvolgendo il mondo in un’armonica voluttà.
I viennesi se lo litigavano, gli inglesi lo coprirono di soldi, Metternich lo invitò a suonare al congresso della Santa Alleanza ed i francesi lo immolarono ai vertici delle proprie sciovinistiche istituzioni. Stendhal scrisse di lui: “Da quando è morto Napoleone, si è trovato un’altro uomo di cui si parla ogni giorno a Mosca come a Napoli, a Londra come a Vienna, a Parigi come a Calcutta e ha solo 32 anni”,Mazzini lo definì “un titano di potenza e di audacia, il Napoleone di un’intera epoca musicale” e Beethoven “il musicista più significativo del suo tempo”.
Eppure all’età di 37 anni, giusto a metà della sua esistenza, abbandonò tutto, si dileguò e smise di comporre senza dare spiegazione alcuna, proprio quando il suo Guglielmo Tell aveva appena trionfato all’Opéra di Parigi, composizione che sarebbe stata poi replicata per ben seicento volte. Ebbene quest’uomo, a fronte di tutto ciò, decise improvvisamente di ritirarsi, di sparire dalla scena musicale, nel silenzio assoluto per decenni. Tormentato dalla voglia di riuscire e dal bisogno incessante di denaro aveva lavorato intensamente e senza sosta per tutta una vita per cui, sfinito nel corpo e nell’anima, svuotato di quella verve musicale che lo aveva fino ad allora caratterizzato, precipitò nel buio di una irreversibile stasi creativa.
Ma Rossini era anche fisicamente ammalato. Nella sua prima giovinezza era solito trascorrere le serate in allegra brigata, spesso in compagnia di signore dai costumi non proprio castigati: musicista sì, ma tanto incauto, pagò amaramente questi peccati di gioventù con la contrazione una malattia venerea, la gonorrea, che proprio una di quelle “belle donnine” gli aveva trasmesso e della quale se ne vergognava moltissimo.
Una terribile affezione per cui al tempo c’era poco o nulla da fare: emorragie, spasmi, dolori durante la minzione, infezioni febbrili ricorrenti rappresentarono il corteo sintomatologico della malattia, ma il vero “regalo”, il frutto di questi “rapporti peccaminosi” fu una stenosi (restringimento) dell’uretra con l’insorgenza di conseguenti disturbi urinari ancor più gravi. A nulla giovò l’assunzione di medicinali rinfrescanti e purghe, né tanto meno l’introduzione, direttamente nell’uretra, di sostanze emollienti a base di olio di mandorle, latte e malva. E così il rimedio più efficace per attenuare le notevoli difficoltà alla minzione risultò essere l’autocateterismo, cioè l’autointroduzione giornaliera di un sottile catetere nell’uretra per 15-20 minuti, come prescritto all’illustre Maestro dal medico ed urologo parigino dottor Civiale, che gli evitò così di morire di occlusione completa ed irreversibile delle vie urinarie, evento che sarebbe risultato incompatibile con la vita, come purtroppo destino all’epoca di molti altri analoghi pazienti.
La consapevolezza che i disturbi urinari che lo tormentavano fossero intimamente connessi a quegli “amori mercenari di gioventù” generò pian piano un cupo senso di colpa che lo indusse a condurre una vita di “fermo celibato” ed alla rinuncia a cibi ipercalorici ed alcool, lui che era particolarmente sensibile alle sollecitazioni erotiche ed estremamente ghiotto.
Il grande musicista pesarese visse con profonda angoscia tale condizione al punto che, pervaso da un profondo senso di prostrazione fisica e psichica, approdò inesorabilmente nel tunnel della depressione: una foto del 1845 lo ritrae in precarie condizioni fisiche, sparuto, con la bocca atteggiata in una “piega amara” e lo sguardo spento, l’espressione ed i lineamenti di chi non ha più voglia di nulla e nulla in effetti era rimasto dell’artista così attivo ed intraprendente degli anni passati, quando riusciva a lavorare giorno e notte senza mai riposarsi. Nell’assoluto silenzio musicale Rossini dovette sopravvivere per quasi quaranta anni, elogiato da molti, biasimato da alcuni, esortato supplichevolmente a comporre da altri, ma nessun’altra opera doveva uscire dalla sua penna, se non lo Stabat Mater che,come diceva testualmente, aveva “l’obbligo assoluto di terminare”.
La sua vena creativa sembrava così definitivamente esaurita, la sua volontà paralizzata, l’ombra di quel musicista innovativo ed estroso  che a soli trent’anni  aveva composto oltre trenta opere, tra le quali L’Italiana in Algeri, La Gazza Ladra, Il Barbiere di Siviglia, Semiramide, Cenerentola, Guglielmo Tell e tante altre: pensieri di morte, progetti suicidi, persino allucinazioni nella quasi totale abulia, una forma di depressione cosiddetta bipolare, disturbo psichico che tipicamente andava e veniva, con alternanza di “alti e bassi” del tono dell’umore.
Il problema fu che tra una crisi depressiva e l’altra, ogni volta in cui avrebbe voluto e potuto tornare alla ribalta comparivano altri guai, con la conseguente ricaduta nel tunnel, nello sprofondo dello sconforto. Si manifestarono idiosincrasie, atteggiamenti maniacali, un vero e proprio comportamento ossessivo, quale quello per le parrucche che indossava per nascondere la calvizie e per cui aveva una vera e propria fissazione: ne possedeva un autentico corredo, a decine, di ogni tipo e colore, per il passeggio, per i concerti, per cene tra amici o gente di riguardo e persino una per i funerali.
Sarà stato un caso, ma il male oscuro della depressione, nell’ultimo scorcio della sua esistenza, l’abbandonò miracolosamente, fece ritorno il suo celebre senso dell’umorismo e, fatto ancor più notevole, riprese a comporre. Il vecchio e bonario Rossini passò il resto dei suoi giorni a ricevere conoscenti, ammiratori, amici e spiriti liberi nella sua villa di Passy vicino Parigi dove si era definitivamente stabilito, mangiando e bevendo, ciarlando, suonando e cantando con le persone che amava: serate memorabili, cene luculliane a base di micidiali menù di cui si favoleggiava negli ambienti mondani e nelle cronache dell’epoca.
Il musicista così, già con qualche chilo di troppo fin dalla gioventù, continuava ad aumentare di peso e non perché mangiasse troppo, ma perché da buon golosone, da vero gourmet (nell’accezione autentica del termine), si nutriva prevalentemente di ghiottonerie, dolciumi e leccornie varie. Né poteva concretamente eccedere oltre il lecito dal momento che già intorno ai 40 anni era praticamente edentulo, cioè senza denti, un fastidioso handicap che gli rendeva le guance, già floride, flaccide e cadenti. E così veniva sollecitato dal pensiero di “certi soavi stracchini che mi sono più cari delle croci, placche e cordoni che mi vengono offerti dai Sovrani d’Europa” e quanto alla musica scriveva agli amici: “sto cercando motivi, ma mi vengono in mente solo pasticci, tartufi o cose simili”.
Col passare del tempo l’aumento del peso corporeo, unitamente all’eccessivo consumo di sigari di cui Rossini era amante ed appassionato, non risparmiò di certo cuore e polmoni, così il compositore cominciò a mostrare tutti i segni della bronchite cronica enfisematosa: affanno, fiato corto, tosse produttiva, fame d’aria, ricorrenti bronchiti, senso d’angoscia e costrizione al torace.
Non mancarono poi l’insonnia “quasi perenne”, il calo della vista ed un fastidioso disturbo dell’udito, una paracusia per cui Rossini avvertiva durante i concerti una sorta di “terza maggiore”, un’armonica sopra il tono del suono, verosimilmente dovuto ad una qualche alterazione circolatoria dell’orecchio o ai ripetuti, pregressi traumi acustici patiti nelle continue esecuzioni musicali.
Eppure non furono le complicanze della gonorrea né le altre malattie di cui abbiamo parlato a decretare la fine del grande compositore pesarese, ma piuttosto un tumore del retto che venne inizialmente scambiato per una semplice fistola anale suppurata.
Quando infatti il dottor Bonato, nell’Ottobre del 1868, venne chiamato al capezzale dell’illustre Maestro per la comparsa di una violenta emorragia dall’ano, febbre e dolori al basso ventre, si preoccupò con tempestività di svuotare l’ascesso, ma si accorse ben presto che la lesione nascondeva un qualcosa di ben più grave, un carcinoma. Il paziente venne immediatamente affidato al celebre chirurgo  francese Auguste Nélaton che programmò il delicato intervento chirurgico il 3 novembre 1868: si rese conto al tavolo operatorio di quale fosse realmente l’entità della lesione e, considerate le scadute condizioni fisiche, la compromissione cardiovascolare e respiratoria, praticò una resezione parziale del tumore in anestesia con cloroformio, riservandosi di intervenire una seconda volta.
Ma ciò non gli fu possibile per la comparsa di un’infezione che rapidamente invase il resto del corpo in un crescendo tutto …. rossiniano: la situazione peggiorò rapidamente, la febbre continuò a salire ed il Maestro, in preda ad una ingravescente setticemia, tormentato da violentissimi dolori, anemico, emaciato, dispnoico, divorato dalla sete, morì il 13 Novembre 1868. Al suo funerale assistettero in migliaia e si tennero servizi pubblici alla sua memoria dovunque, sia in Francia che in Italia.
Fu provvisoriamente sepolto a Parigi nel cimitero di Pere Lachaise, ma il 2 Maggio 1887 le sue spoglie fecero ritorno in Italia per essere traslate a Firenze nella Chiesa di Santa Croce.
Lasciò il suo ingente patrimonio al Comune di Pesaro, sua città natale, “per fondare e dotare la città di un Liceo Musicale”.
Paolo Signore

Gioacchino Rossini

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