2014.01.14 – “Vecchi e nuovi lacci e lacciuoli” di Marchetto Morrone Mozzi

Pubblicato il 18 gennaio 2014 da admin

Marchetto Morrone-Mozzi

Marchetto Morrone-Mozzi

Ho sempre avuto un discreto pudore ad affrontare, su queste pagine, temi che riguardano il mondo delle Banche.

Non che non vi siano motivi d’interesse. Anzi.

Visto, però, il lavoro che svolgo, non desidero che un’opinione da me espressa, qualunque essa sia, possa essere equivocata con la posizione di chi giustifica “d’ufficio” o di chi, al contrario, fustiga “a prescindere”.

Inoltre poi v’è l’oggettiva difficoltà di parlare di aspetti, per loro natura, complessi dovendo operare una semplificazione necessaria e funzionale per la divulgazione.

Viste però le più recenti e disparate prese di posizione intorno al tema scottante del credito, proverò a mettere in ordine alcune idee, anche a costo di chiedere preventivamente scusa a chi deciderà di avventurarsi nella lettura.

L’occasione è offerta dalle polemiche sul c.d. “credit crunch”, ovvero la difficoltà di accesso al credito per imprese e famiglie, riacutizzate dopo recenti modifiche normative comunitarie sulla “leva finanziaria”.

I motivi della polemica nascono puntuali quando si citano gli sforzi fatti dagli Stati che hanno salvato le banche e dei soldi dei contribuenti risucchiati dalle voragini dei crack bancari.

Si parla però assai meno delle banche che, al contrario, hanno contribuito a salvare gli Stati, come nel caso dell’Italia, e l’hanno fatto imbottendosi di BTP, in tutto circa 100 miliardi tra il 2011 e il 2012, proprio nel momento più nero della crisi del debito pubblico, fronteggiando così la valanga di vendite estere abbattutasi sui nostri titoli che ne deprimevano sempre di più il valore.

Non disponendo di molte munizioni, la banche italiane hanno, allo scopo, largamente fatto uso dei soldi messi loro a disposizione dalla BCE e lo hanno fatto esponendosi al rischio di una controparte sovrana, l’Italia, sull’orlo del baratro.

Con lo spread che sfiorava i 600 punti base, il tracollo dello Stato era dato per imminente dalle famigerate “sale mercati”. Sembrava questione di giorni.

Inoltre, la crisi economica, esplosa nel corso del 2011, ha reso sempre più difficile concedere credito conservando quella sana e prudente gestione cui le banche debbono attenersi in un quadro, peraltro, aggravato dai tassi di interesse molto superiori a quelli pagati dalle concorrenti imprese europee.

Le Banche hanno così stretto i rubinetti del credito all’economia, attirandosi poi i fulmini delle imprese, strangolate dal credit crunch, che le hanno rimproverate di aver privilegiato il guadagno facile degli investimenti in bond governativi rispetto all’erogazione di prestiti a imprese e alle famiglie.

Ciò, in parte, è vero ma è necessario introdurre nel ragionamento una seconda variabile.

I titoli di Stato sono considerati “risk-free”, e quindi non “consumano” il capitale delle banche mentre i prestiti a imprese e famiglie sono più onerosi in termini di capitale. E il capitale, come ci insegnano le cronache nazionali e locali, purtroppo è sempre più una merce rara. Scarseggia.

I BTp acquistati durante il terremoto finanziario del 2011 e del 2012, quotavano ben sotto la pari poiché gli stranieri svendevano: grazie ai massicci investimenti delle banche, i prezzi sono gradualmente aumentati nel corso del 2012 e hanno continuato la loro corsa nel 2013, anno in cui le banche italiane hanno anche incrementato gli investimenti in titoli di Stato, saliti così dai 252 miliardi del 2011 ai 427 del novembre 2013.

Le aste dei titoli di Stato d’inizio 2014 si segnalano per la rapida contrazione dei tassi di aggiudicazione ma evidenziano anche un altro aspetto positivo.

Dall’estero si riaffacciano, infatti, interessanti flussi di acquisto che contribuiscono alla normalizzazione dello Spread.

Se l’incremento dello spread fu figlio anche delle vendite di titoli di Stato delle banche estere, l’attuale contrazione la dobbiamo anche a flussi finanziari esteri di segno contrario.

E tanto più la domanda degli investitori italiani ed esteri si rafforza, tanto maggiore sarà la possibilità per le banche di ridurre la quota dei BTp in portafoglio senza farne crollare i prezzi.

L’aria non è più quella di fine 2011, giorno in cui in asta il BTp triennale aveva una cedola mostruosa del 6%! All’asta di questo mese, il BTp triennale, è stato assegnato al rendimento dell’1,51 per cento.

E i bassi tassi d’interesse spingeranno le banche a valutare più positivamente i progetti imprenditoriali che verranno loro presentati e che potranno essere affrontati dalle imprese in un contesto di progressiva attenuazione degli oneri finanziari.

Nel corso del 2014 arriveranno a scadenza circa 190 miliardi di titoli di Stato.

E se è prevedibile che una parte di questa incredibile massa di danaro possa essere reinvestita, altra parte potrà essere dirottata nell’economia, certo, valutando costi e benefici, ma pur sempre in vista, da un lato, della ripresa economica che rinvigorisce la fiducia delle imprese e la domanda di credito e, dall’altro, della normalizzazione del rischio-Stato.

Questo processo sarà lento e dovrà superare il percorso ad ostacoli rappresentato dagli stress test, dell’asset quality review della Bce, di Basilea 3 del CRD IV, e relativo CRR e delle innumerevoli norme dai caratteri sincretici e fortemente esoterici che i novelli tecnocrati Voodoo di Francoforte sfornano di gran lena.

Insomma il tempo potrebbe volgere al bello. Dobbiamo però ancora fare i conti con le burocrazie di sempre. Ma soprattutto di quelle nuove.

Marchetto Morrone Mozzi

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