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2013.11.20 – “L’orgoglio di essere donna” di Mary Leoni

Pubblicato il 20 novembre 2013 da admin

Mary Leoni

Mary Leoni

Silvia Caramazza, Marta Forlani, Tiziana Rizzo, Rosi Bonanno, Michelle Campos, Nicoletta Figini, Laura Prati, Maria Pia Bigoni: nomi, solo un freddo elenco di nomi ad accumunare un unico tragico destino, quello di una morte cruenta ed incolpevole, inequivocabilmente avvenuta per mano di un uomo, un uomo spesso amato, sposato, con cui si è condivisa un’intera parte di vita.

Quelle elencate sono solo alcune tra le tante vittime del femminicidio, un fenomeno che ha contato, secondo le statistiche, nei primi sei mesi del 2013, ben 79 decessi avvenuti in circostanze tragiche nel contesto familiare ed affettivo.

I motivi? Dai più banali, dovuti a reiterate incomprensioni fra coniugi o a problematiche economiche, ai più complessi, come la gelosia morbosa, che nasconde solo voglia di supremazia e possesso, ma il risultato è sempre l’agghiacciante e brutale assassinio di una donna.

Il femminicidio, un fenomeno raccapricciante e in crescita, è tuttavia sintomo di un malessere nascosto e più profondo che serpeggia nei rapporti tra uomo e donna e che ha origini culturali lontanissime, radicate nel maschilismo e nel senso di supremazia dell’uomo sulla donna che da secoli e per secoli ha caratterizzato la società.

Dai lontani usi e costumi dei tempi dell’antica Grecia, quando anche nell’apparentemente evolutissima e democratica Atene, culla della civiltà, la donna era relegata nel gineceo e privata di ogni diritto e ruolo sociale, al Medioevo, periodo per molti versi oscuro di ignoranza e superstizione, durante il quale era, spesso, dipinta coi colori foschi della strega o della fattucchiera (magari solo perché conosceva le proprietà delle piante e tentava di realizzare benefici infusi curativi), fino ai tempi più recenti, quando anche nel periodo fascista, per citare un esempio, era relegata puramente nell’ambito domestico e dipinta come un rassicurante angelo del focolare, dedito solo alla procreazione ed alla cura di figli e marito, la figura femminile è stata sempre sottovalutata, dominata, vessata e, nella migliore delle ipotesi, relegata in un angolo nascosto della società.

Persino il pensiero illuminista, razionale e, solo apparentemente progressista, non le ha reso giustizia, perché gli stessi illuministi, che predicavano l’uguaglianza tra gli individui, la rivendicazione dei diritti inviolabili della persona e la libertà, hanno continuato a considerare la donna un essere inferiore, tanto da destinare al patibolo, durante la Rivoluzione francese, la stessa Olimpe de Guoges, la prima femminista della storia, se vogliamo, che aveva osato redigere e divulgare nel 1791, sul modello della precedente Dichiarazione dei diritti dell’uomo, la parallela Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, nella quale, con rigore logico ed estrema evidente lucidità, estendeva i principi illuministi anche al sesso femminile.

Nasce da qui il primo germoglio del movimento femminista, da donne come Olimpe de Gouges o Mary Wollstonecraft, (inglese emancipata e madre della più famosa Mary Shelley, autrice di Frankestein), che rivendicano il diritto del genere femminile alla libertà, all’indipendenza ed all’uguaglianza, a partire dall’educazione e dalla possibilità di emanciparsi culturalmente.

Il cammino, però, si rivela lungo, impervio ed irto di ostacoli, tanto che si dovrà attendere la soglia del Novecento affinché nei paesi del nord Europa (quali Finlandia e Norvegia), decisamente più evoluti, la donna possa ottenere, in seguito alle lotte delle cosiddette “suffragette”, tanto irrise, ai tempi, anche dagli uomini più colti dell’epoca, il diritto di voto.

Se si pensa, infatti, che nella civilissima Inghilterra, come negli stessi Stati Uniti d’America, tale diritto è stato riconosciuto solo tra il 1918 ed il 1919, ovvero dopo la fine della prima guerra mondiale, durante la quale, l’emancipazione femminile è passata attraverso la dimostrazione pratica del valore della donna (grazie al sostegno all’economia degli stati che essa ha fornito quando, sostituendo gli uomini impegnati al fronte, è entrata, in modo massiccio, nelle industrie con mansioni di responsabilità, dimostrando di saper svolgere brillantemente il suo compito), e che negli stati mediterranei è stato concesso addirittura nella seconda metà del Novecento, non stupisce che ancora oggi il processo d’emancipazione femminile sia tutt’altro che compiuto.

Sulla carta i diritti riconosciuti sono i medesimi per ambo i sessi, come uguali si rivelano le responsabilità ed i compiti all’interno della struttura familiare, ma nella concretezza della vita quotidiana il pregiudizio culturale permane forte ed agisce in tutti gli ambiti, da quello pubblico della politica e delle professioni, nel quale tuttora si lotta per il raggiungimento delle pari opportunità, a quello privato, nel quale il carico della gestione della casa e della cura della prole è tutt’altro che equamente distribuito e finisce per pesare quasi interamente sulla figura femminile.

La stessa visione della donna non è poi così cambiata rispetto al passato se l’uomo medio continua a ricercare in essa solo la bellezza esteriore ed un atteggiamento di sottomissione, correlati magari a dolcezza e docilità, piuttosto che l’intelligenza, l’acume ed il carattere, come dimostra la stessa mercificazione della figura femminile promossa dai media con la creazione di stereotipi di donne belle quanto frivole o come evidenziano, in modo drammatico, i casi di femminicidio, scaturiti, spesso da una morbosa gelosia che deriva, a sua volta, da una concezione distorta dell’amore inteso come possesso e da una visione della donna come oggetto atto a soddisfare solo l’ego maschile.

Fermo restando le dovute eccezioni e l’esistenza di uomini intelligenti di vedute illuminate, la costatazione oggettiva della realtà delle masse lascia poco spazio a previsioni rosee in questo campo, dato che il percorso di rivalutazione della figura femminile è tuttora, nell’apparentemente civilissimo 2013, ancora lunghissimo.

Alla luce di ciò assume, quindi, ancora più valore l’impegno di un’associazione come il Rotary, che pure, per molti anni ha mostrato un approccio fin troppo conservatore relativamente a tale tematica (dato che, solo dopo il Congresso di Seul del 1989 ed in seguito alle lotte del club di Duarte, ha sancito ufficialmente il libero accesso alle donne), a sensibilizzare le coscienze sul tema dell’effettiva parità tra i sessi nel rispetto della reciproca diversità.

In questa chiave e con queste finalità è nata l’idea del Convegno organizzato lo scorso Ottobre sul ruolo femminile nel Rotary e sulle pari opportunità, un incontro atto a sensibilizzare la società su tale delicata questione.

Tanti sono stati gli interventi di donne che hanno saputo con grinta, intelligenza, acume, nonché il pragmatismo, l’empatia nei confronti degli altri e la sensibilità che da sempre le caratterizzano, conquistare a pieno merito ruoli di responsabilità e mansioni dirigenziali in tutte le professioni, donne che hanno mostrato e mostrano ogni giorno, pur dovendo lottare, a volte, con i pregiudizi o, nella migliore delle ipotesi, con un avvilente atteggiamento paternalistico, quanto le capacità femminili siano preziose e decisive nelle scelte importanti della società in ogni campo.

Dal Prefetto di Fermo Emilia Zarrilli, al Sindaco Nella Brambatti, al Presidente dell’Ordine dei Medici della medesima città Anna Maria Calcagni, alla Preside dell’Itis Montani Margherita Bonanni, per continuare con il Governatore Rotary del Distretto 2100 Rita Acciardi, il Docente Ordinario dell’Università di Chieti Anna Morgante, la giornalista Angelica Malvatani, la Presidentessa del Rotary Club di Agnone Rosita Levrieri, l’imprenditrice, nonché Consigliere regionale, Graziella Ciriaci e molte altre, il meeting ha proposto una carrellata di donne piene di grinta, forza di volontà ed acume che, in una società ancora sostanzialmente maschilista, hanno saputo conquistare un ruolo di prestigio e costruire il proprio successo al servizio e per la crescita della collettività.

La strada verso l’emancipazione, che deve passare attraverso il superamento di stereotipi cristallizzati, stili di vita che un’antica e lunga consuetudine ha reso imperanti e modelli di comportamento radicati in profondi ed atavici pregiudizi misogini, è ancora ardua perché come sosteneva già  Charlotte Whitton nella seconda metà del Novecento: “dalle donne ci si aspetta che facciano il doppio degli uomini in metà tempo e senza riconoscimento”, ma….parafrasando sempre le sue parole….”per fortuna non è difficile”.

Mary Leoni

 

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