2013.04.12 – “L’uomo che ha imparato a piangere” di Angelica Malvatani

Pubblicato il 12 aprile 2013 da admin

Angelica Malvatani

Il protagonista di “Cesare deve morire”, Leone d’oro al Festival di Berlino

L’uomo che ha imparato a piangere – Storia di Salvatore Striano, dopo 8 anni di carcere la nuova vita da attore affermato.

 Guardatori di soffitto. Si sta lì, a far niente, e se capito nel letto di sopra con quel soffitto finisce che ci parli pure. Ci si può rassegnare all’attesa oppure si può riprendere in mano una vita persa e ricostruirla, pezzo per pezzo. Per Salvatore è andata così, ha ricominciato da capo, a partire da un incontro, un momento, un’emozione. “Ero in una cella singola, a Rebibbia, mi è stato chiesto perché non entravo nel gruppo del teatro. Lì per lì ho detto no, non lo so fare il teatro. Poi però, all’idea di poter uscire dalla cella per le lezioni mi sono fatto convincere e sono andato. E’ cominciata così, interpretavo una donna e ho capito presto che quella donna lì era più bella di me. Potevo essere mille persone diverse e andare oltre quell’unica persona che non volevo più essere, quella che ha sbagliato tanto. La prima volta che mi hanno applaudito mi è sembrato di rinascere, ero io eppure mi ammiravano, pareva quasi che mi volessero bene. Oggi senza teatro me sento murì”.

A Rebibbia col teatro sono entrati 27 mila spettatori per assistere alle tante opere messe in scena dal gruppo, è caduto il muro tra dentro e fuori e qualcosa è cambiato anche nell’immaginario collettivo, nell’idea che c’è di un carcere che deve per forza punire e non può ricostruire.

Salvatore col teatro è uscito di prigione, i primi 5 giorni di permesso per recitare fuori, un sogno da vivere di corsa tra il teatro e una stanza con la moglie, a ritrovare quei gesti che in anni di galera ti dimentichi: “Perché solo qui in Italia succede, ti fanno dimenticare gli affetti, l’intimità. Pensi addirittura di non saper più fare all’amore e allora il primo giorno libero che hai lo recuperi così, a fare l’amore”. È la vita che così si riprende e riparte verso un nuovo indirizzo, per una strada diversa. Salvatore ha incontrato l’arte e ha cominciato a lavorare, era in Gomorra di Matteo Garrone, è stato in tanti lavori di teatro, in film importanti. Poi è arrivata la telefonata di Paolo e Vittorio Taviani, l’avevano visto recitare, lo volevano nel film che si doveva girare tra le mura di Rebibbia. “Ho detto subito di no, ho pensato, ma che sso matto a rientrà là e senza aver fatto niente poi. Non se ne parlava proprio. Poi Fabio Cavalli, il mio maestro di teatro in carcere mi ha consigliato di andare a vedere chi sono i fratelli Taviani, ho capito che non potevo rifiutare, che sono due maestri assoluti. Quando sono rientrato a Rebibbia è stato un colpo al cuore e i detenuti non mi volevano, pensavano che avrei rubato un posto ad un di loro nel film”. Il film era “Cesare deve morire”, lo guardi e fai fatica a distinguere dove sta il teatro, dov’è la realtà, la vita e il cinema.

È arte, allo stato puro, di quella che ti può salvare. E infatti, si sono salvati in tanti, dentro al film, un po’ in bianco e nero e un po’ a colori, c’è la storia di un viaggio alla scoperta di se stessi, storie di uomini che sono diventati altro da sé, che hanno trovato se stessi guardando, da fuori, la loro vita.

Con l’aiuto di Shakespeare e di Giulio Cesare che alla fine muore ma non viene sconfitto.

Loro, i detenuti, sono Cesare e sono Bruto e Cassio, sono Antonio e Ottavio. E insieme sono di nuovo persone che osano sognare. Alla fine, quando le luci si spengono e gli applausi pure c’è la frase che dice tutto: “Senza l’arte questa cella diventa una prigione”. Ecco, è tutto qui, è il sogno che ti può salvare e che intanto ti ha tenuto caldo e in compagnia.

Salvatore è Bruto, ma è anche Sasà che ha ancora 16 anni e che ricorda il compagno con cuoi vendeva sigarette di contrabbando, punito perché non aveva avuto coraggio. E il ricordo ancora lo tormenta: “E’ Shakespeare che sa tutto, conosce la vita di tutti e pare proprio che parla a ognuno di noi. È incredibile e ti salva. Eravamo in 30 a recitare e 150 a fare silenzio perché il film venisse bene. Gli chiedevamo perfino di spegnere la televisione e c’era chi sbottava ogni tanto, simmo in galera e pure la televisione ammo a stutà. Poi però quando abbiamo vinto l’Orso d’Oro a Berlino ci hanno detto che è scoppiato un boato dentro Rebibbia, tutti hanno gioito come se fosse una buona notizia per ognuno di loro. E qualcuno, quando il set si è smontato, ha gridato ai Taviani, ‘Paolo-Vittorio qua dentro non sarà più la stessa cosa senza di voi”.

I ragazzi delle scuole che lo incontrano gli fanno domande, gli chiedono come si è perso, com’è il rapporto con la polizia penitenziaria. “Ci sono  le guardie buone e quelle cattive. Quando mi hanno preso la prima volta, a Napoli, erano le 11 di sera, m’hanno portato a Poggioreale. Dopo tutte le formalità, sono arrivato che era notte fonda, li abbiamo svegliati. Mi hanno portato nella doccia, era febbraio, l’acqua era gelata. Mi ci hanno tenuto 40 minuti, se uscivo mi picchiavano. Me la sono fatta diventare calda, quell’acqua e poi ho preso la polmonite. Poi sono stato a Rebibbia e lì c’erano persone più umane, se ero triste mi venivano a parlare. In ogni caso, vi auguro di non passarci mai ma forse è meglio se non vi fate portare a Poggioreale”.

E poi, la mamma che muore senza che lui possa rivederla, lo stesso suo padre, la vita che scivola via e per fortuna quell’incontro con la creatività, con la fantasia, con la forza dei sogni.

Quando il film comincia, si vedono le porte pesanti che si chiudono, le chiavi che girano, un rumore che ti arriva allo stomaco. Un singhiozzo e Salvatore è là che piange, che torna ancora una volta in un luogo in cui si è sentito davvero solo e a salvarlo è stato un applauso.

Gli attori recitano nel loro dialetto, perché è la loro vita scorticata che mettono in scena, litigano e si aggiustano, guardano le mani lorde di sangue e sopravvivono.

“Recitare è terapeutico anche, racconta Salvatore, nel film che sto girando sono un fotografo che viene spesso aggredito. Nella vita reale avrei reagito subito, il regista mi sta insegnando a controllare il io istinto, mi fa capire che ci sono altre strade. Oggi ho imparato che mi basta poco, che posso mangiare riso in bianco e non devo uscire a trovare i soldi che non mi servono grandi cose. Quello che voglio fare è offrire una seconda possibilità ad altri come me. Voglio metter su un’agenzia che possa offrire occasioni di lavoro nel mondo del cinema ai detenuti che  magari abbiano vissuto esperienze di teatro in carcere. Si può fare anche la comparsa o qualcosa d’altro. L’essenziale è ricominciare”.

E’ stanco Salvatore, lavora tanto e continua a girare l’Italia, a raccontare, con le stesse parole sempre, con le stesse lacrime, a far capire che bisogna studiare, che da ignoranti si sbaglia più facilmente. A spiegare che basta niente e ti perdi tutto. Perdi te stesso e interi capitoli di vita che poi ci metti il doppio a recuperare. Racconta la speranza, 20 anni da incubo, 8 anni di inferno e di nuovo la luce, per Sasà che ha imparato a piangere senza vergognarsi.

Angelica Malvatani

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