2012.11.12 – “Di chi è la colpa? Di Stefania Scatasta

Pubblicato il 12 novembre 2012 da admin

Stefania Scatasta

 “Di chi è la colpa?

In una scuola locale, un ragazzino di nove anni in preda alla collera ha versato della vernice sui banchi, i computer e le stampanti e ha distrutto un’automobile in sosta nel parcheggio della scuola. La ragione: alcuni compagni di classe della terza lo avevano chiamato “piccoletto” e lui voleva fare impressione su di loro.                                                                          Goleman [1995, p. 12]

 L’aumento di comportamenti di aggressività giovanile costituisce un diffuso allarme tra chi si occupa di giovani: forme di violenza tra adolescenti, provocazioni fisiche e/o psicologiche, gravi atteggiamenti di bullismo si riscontrano in nuce alla Scuola Primaria e si diffondono fino ad arrivare agli Istituti Superiori, creando un terreno favorevole anche allo sviluppo della delinquenza giovanile. Da un punto di vista psicologico gli atteggiamenti di bambini ed adolescenti troppo aggressivi hanno spesso cause comuni legate a processi infantili non adeguatamente sviluppati, a dinamiche  familiari negative e condizionanti, a situazioni emotive non risolte che hanno prodotto una fragilità caratteriale e risposte difensive diversificate.  Questi giovani sono portatori di un disorientamento del sé, caratterizzato da una perenne tensione, da una continua insoddisfazione, da un senso di vuoto e di inutilità che possono portare alcuni di essi a comportamenti problematici come aggressività, violenza, uso di sostanze, atteggiamenti antisociali; altri, invece, sviluppano comportamenti di passività, introversione, disturbi alimentari, isolamento,  non meno preoccupanti agli occhi di un educatore attento. Nella maggior parte dei casi il comportamento aggressivo di un ragazzo è transitorio in quanto è un segnale che, richiamando  di più l’attenzione dell’adulto, ne stimola un intervento adeguato e potenzialmente risolutivo, ma il rischio è che in presenza di situazioni psicologiche più difficili, in mancanza di occasioni di aiuto per chi vive momenti di crisi, o con l’aggiungersi di eventi negativi a momenti di per sé già precari, questi comportamenti tendono a radicalizzarsi strutturando dei veri e propri disagi.

Quali persone dovrebbero trovare sul loro cammino i ragazzi? Chi deve intervenire quando fanno degli errori? Naturalmente dovrebbero intervenire i genitori, ma anche la scuola perché è rimasta uno dei pochi spazi di aggregazione dove i giovani possono trovare degli adulti che svolgono un’opera educativa.  La scuola è un ponte fra la famiglia e la società e quindi si trova a gestire dei giovani che stanno crescendo e che devono imparare molte cose tra le quali, estremamente importante, come vivere in mezzo agli altri e come socializzare. Partendo da queste manifestazioni comportamentali “estreme”, per risalire fino ad una migliore comprensione di sé e del proprio stato d’animo, l’educazione socio-emotiva nella scuola dovrebbe definire quali saranno i suoi ambiti di intervento e le sue caratteristiche. L’alfabetizzazione emotiva presuppone l’insegnamento delle competenze emotive al fine di rendere le persone più consapevoli dei propri vissuti emotivi e più in grado di assumere comportamenti adeguati in situazioni sociali, muovendosi all’interno di assunti che potremmo riassumere come “prevenire è meglio che curare, ma educare è meglio che prevenire”.

La scuola propone interventi di alfabetizzazione emotiva che vanno ad incidere su competenze imprescindibili come:

  • la consapevolezza di sé:  essere in  grado di valutare accuratamente i propri stati emotivi, interessi, valori,  e le proprie forze; mantenere una ragionevole confidenza in se stessi;
  • la capacità di gestirsi: regolare le proprie emozioni per gestire lo stress, controllare gli impulsi, perseverare di fronte agli ostacoli; programmare e monitorare i propri progressi a scuola e nella vita  personale; esprimere le proprie emozioni in modo adeguato;
  • la consapevolezza sociale: essere capaci di empatia e di comprendere il  punto di vista dell’altro; riconoscere ed apprezzare somiglianze e differenze individuali e di gruppo; riconoscere e utilizzare le risorse  familiari, scolastiche e della comunità;
  • l’abilità relazionale : stabilire e mantenere relazioni positive e gratificanti basate sulla cooperazione; resistere alla pressione sociale; prevenire, gestire e risolvere conflitti interpersonali, chiedere aiuto in      caso di difficoltà;
  • la capacità di prendere decisioni  responsabili: prendere decisioni tenendo presente aspetti etici, norme sociali, rispetto degli altri, e le possibili conseguenze delle azioni stesse; utilizzare la capacità di decidere in  ambito scolastico e sociale; contribuire al benessere della scuola e della  comunità.

 Attraverso l’educazione all’affettività, che è una dimensione trasversale, e che non coincide quindi con il curricolo in senso stretto o tradizionale, la scuola contribuisce in maniera significativa alla costruzione del benessere degli allievi, accompagnandoli nel loro percorso di crescita e di scoperta del sé e del mondo circostante, ma il “mediatore emotivo” per eccellenza  rimane la famiglia!

La presenza dei genitori, le prime figure con cui il piccolo entra in contatto dalla nascita, è fondamentale perché consente al bambino di comprendere la differenza tra mondo esterno ed interiore. I genitori sono inoltre un modello per la costruzione del rapporto con gli altri.  I bambini piccoli tendono a collegare le emozioni a situazioni ed eventi concreti, per esempio: la gioia può essere ricondotta ai baci ed alle coccole dei genitori, la tristezza alle punizioni, la rabbia ai dispetti degli altri bambini e la paura al buio, al temporale, paure molto frequenti nei piccoli! Crescendo, il bambino arriva a comprendere sempre meglio i propri stati d’animo e quelli altrui e, successivamente, a mascherare le proprie emozioni, manifestando quello che gli altri si aspettano da lui. Allora bisognerebbe riuscire a comprendere in che modo i genitori possono insegnare ai figli a riconoscere le proprie emozioni. Principalmente occorre esserne consapevoli che solo una buona conoscenza di se stessi può aiutare a comprendere gli aspetti emotivi dei propri figli. Significa riconoscere il fatto di provare ed identificare correttamente i propri sentimenti. Ascoltare con empatia i sentimenti del bambino che, anche piccolo, ha spesso molto da dire, ma non sempre viene ascoltato. Accogliere quello che dice, non significa registrare solo il dato comunicato, ma riflettere insieme, provando a porsi nella sua prospettiva.  Aiutare il bambino a trovare le parole per definire le emozioni che prova: ogni emozione ha un nome ben preciso; imparare a nominarle significa incominciare a riconoscerle, a distinguerle e a padroneggiarle in modo più consapevole.  L’educazione alle emozioni può avvenire anche attraverso l’utilizzo di alcuni strumenti concreti, come le rappresentazioni grafiche con cui i bambini esprimono spesso il loro mondo interiore, fatto di paure, ansie e desideri. Chiedere al bambino di disegnare le emozioni (come la gioia, la rabbia, la paura) può aiutare il genitore ad aprirsi al figlio e ad accogliere meglio i suoi bisogni;  le storie stimolano la fantasia dei bambini e aiutano a distinguerla dalla realtà; inoltre racchiudono al loro interno diversi personaggi, con caratteristiche ed emozioni proprie.  La presenza del genitore durante la lettura di una fiaba è fondamentale, perché gli permette di aiutare il bambino a prestare attenzione a quello che accade ed a riflettere …

Saper gestire ed indirizzare efficacemente le emozioni resta la principale sfida che noi adulti dobbiamo porci sul piano etico per riuscire ad incontrare pienamente i nostri giovani, la colpa, semmai, è di chi può credere che sia legittimo per lui osservare dall’esterno e … commentare!

Stefania Scatasta

 

 

 

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