2012.06.09 – “Le fasi del dolore” di Marchetto Morrone Mozzi.

Pubblicato il 09 giugno 2012 da admin

 

Marchetto Morrone-Mozzi

L’involuzione della crisi economica non lascia respiro. I dati che esprimono lo stato di salute dell’economia non sono positivi e il loro trend volge al peggio. Il Prodotto Interno lordo italiano arretra e nella sua discesa acquista crescente velocità mentre è stazionario nell’intera zona UE. La disoccupazione, specie giovanile, raggiunge livelli da allarme sociale. Lo stock di debito pubblico tocca punte inattese. La pressione fiscale strozza l’economia e ciò nonostante, i conti pubblici mostrano preoccupanti e sempre nuove falle. I mercati voltano le spalle ai c.d. paesi periferici della zona UE e gli spread si impennano senza controllo. Insomma il quadro che si delinea in queste settimane desta notevole preoccupazione. Ma in uno scenario di gravi incertezze, alcuni punti sembrano ormai assodati.
In Italia, infatti, cedendo alle pressioni della Banca Centrale Europea, si è tentato di operare una correzione degli squilibri dei conti pubblici tanto ampia quanto rapida, mediante
a. una riforma previdenziale  i cui capisaldi sono rappresentati dal brusco innalzamento dell’età pensionabile accompagnato dall’introduzione del sistema contributivo per tutti;
b. un inasprimento della già ragguardevole pressione fiscale.
I due provvedimenti citati hanno imposto i sacrifici che tutti quotidianamente sperimentiamo, ma non hanno minimamente intaccato l’andamento dell’economia reale la quale sembra avvitarsi sempre più. Aumentare disordinatamente le tasse, dispensare patrimoniali qua e là, intervenire sulle accise ed allungare l’età lavorativa non ha curato il bubbone dei conti pubblici mentre ha fortemente aggravato la situazione dell’economia reale per effetto della quale il disagio sociale rischia di montare sino a livelli intollerabili per la civile convivenza. E’ dunque arrivato il momento per renderci conto che occorre cambiare direzione intervenendo non più sul lato delle entrate, ma su quello delle uscite. Alcune encomiabili iniziative editoriali hanno in passato messo in evidenza l’italica, indiscutibile supremazia nel generare autentiche idrovore di spesa pubblica utili solo per alimentare corruttele e connesse greppie. E mentre tutti facciamo i conti con i nuovi balzelli restiamo increduli di fronte alla tracotante incapacità di tagliare le spese. I tre Palazzi della politica italiana, il Quirinale, Palazzo Madama e Montecitorio, al netto degli stipendi dei politici, costano per spese di mero funzionamento, circa 2 miliardi di euro l’anno. Ciò fa dell’Italia la primatista mondiale di sprechi. La seconda nazione più pasticciona e sprecona è la Francia che per i suoi palazzi spende 900 milioni di euro l’anno. Come si vede, non corriamo il rischio di perdere il primato! Altre nazioni, certamente senza alcun deficit di democrazia, quali Gran Bretagna, Germania e Stati Uniti, spendono circa 500 milioni l’anno. Non vorrei essere menagramo ma ricordo che per la spensierata costruzione della reggia di Versailles le finanze francesi dovettero spendere per molti anni il 6 per cento della spesa pubblica francese, con un costo finale stimato in 3 miliardi di dollari attuali. Gli storici attribuiscono all’indignazione popolare per le folli spese l’inizio del processo che avrebbe portato alla Rivoluzione del 1789, a sua volta causa di milioni di vittime in tutta Europa. Insomma a mio parere è ormai indilazionabile mettere energicamente mano sia sulle spese dello Stato e delle Amministrazioni locali e sia sulla dismissione degli assets pubblici improduttivi. Nel rispetto dei vincoli di bilancio, la riduzione della spesa pubblica improduttiva potrebbe essere indirizzata, in parte alla riduzione del deficit del bilancio pubblico ed in parte alla progressiva riduzione della pressione fiscale. La vendita degli assets non strategici dello Stato, dovrebbe invece essere finalizzata alla compressione dello stock di debito pubblico ormai prossimo ai 2 mila miliardi di Euro. Nel primo come nel secondo caso, sarebbero i politicanti di ogni ordine e grado a dover fare sacrifici liberando però le risorse necessarie per lo sviluppo e per il progresso sociale. Non credo che ciò basti e sia tutto ciò che occorre. Ma sarebbe certamente un buon inizio. Purtroppo, però, l’ondivago incedere della politica alla ricerca delle corrette ricette per uscire dal pantano ha seguito una traiettoria nella quale è possibile distinguere nettamente alcune fasi. Alla fase iniziale della negazione (i ristoranti sono piani, perciò non c’è crisi), è seguita la fase della rabbia (nessuno può dire all’Italia  ciò che è giusto fare). A questa fase è poi seguita quella della contrattazione (ci impegniamo in improbabili risanamenti aumentando le tasse e riformando la previdenza come ci chiedete). Ora siamo alla fase della depressione (e questo scritto ne è una testimonianza) cui probabilmente seguirà quella dell’accettazione e della comprensione delle cose da fare. Già. Negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione.
Non sono forse le canoniche fasi del dolore?
Marchetto Morrone Mozzi

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