2012.05.10 – “Nella terra di nessuno” di Marchetto Morrone Mozzi

Pubblicato il 10 maggio 2012 da admin

 

Marchetto Morrone-Mozzi

Con la ricorrenza del decimo anniversario dell’Euro desidero compiere alcune riflessioni alla luce sia dell’esperienza sin qui maturata e sia della discussione sulle criticità correlate alla crisi economica che stiamo vivendo.
E’ fuor di dubbio che i benefici addotti dall’adozione dell’Euro siano stati di notevole momento anche per i Paesi con elevato indebitamento quali l’Italia.
E’ altrettanto fuori di dubbio che nell’Eurozona il tasso di cambio dell’euro contro le principali valute estere abbia favorito il progressivo deterioramento economico, e la successiva crisi finanziaria, specie per quei Paesi a più bassa produttività per i quali quel tasso di cambio è rapidamente diventato insostenibile. L’attuale crisi economica è quindi il risultato di un’unione monetaria fra realtà economicamente diseguali che ha penalizzato alcuni Paesi e ne ha favoriti altri. L’evidenza dei fatti dimostra che l’euro è una moneta sottovalutata per la produttività tedesca, ma è una moneta troppo forte per i cosiddetti Paesi periferici. Sarà elementare, ma quella è l’essenza dei problemi che ci attanagliano.  L’intenso dibattito che accompagna le attuali difficoltà non può pertanto prescindere da tale conclusione e la sua consapevolezza deve informare l’attività riformatrice dei Governi.
Per uscire dalla morta gora occorre quindi intervenire energicamente per ridurre il gap di produttività che separa il nostro Paese dalla Germania. Infatti, e solo a titolo di cronaca, le riforme dei mercati (liberalizzazioni, mercato del lavoro, pensioni, solo per citare le principali emergenze) sono state affrontate e risolte dai tedeschi giusto dieci anni fa. Nessuno, all’estero, se ne era accorto anche perché quel popolo ha realizzato le necessarie riforme senza schiamazzi, senza proclamare scioperi generali, senza isterismi collettivi. In una parola, con disciplinata serietà. Dalle nostre parti le cose non vanno propriamente allo stesso modo e non molti sembrano veramente accorgersi della gravità della situazione.
Il ritardo con cui il nostro Paese sta affrontando le sue epocali difficoltà dovrebbe, al contrario, spingerci ad accelerare il processo riformista, ad invocare, anzi pretendere, un rapido riallineamento socio-economico alle condizioni largamente diffuse nella parte più virtuosa dell’Europa. Invece mi pare di vedere una crescente insofferenza verso ogni forma di cambiamento che segni una discontinuità rispetto alle piacevoli ma costosissime, italiche abitudini del passato. E anche la scoperta della solidarietà nazionale verso il popolo greco non sottintende, a mio modo di vedere, una reale volontà di soccorrere il vicino in preda ad un dramma (è proprio il caso di dirlo) sociale, ma rappresenta piuttosto una via di mezzo tra lo scongiuro (di finire così) e la supplica agli altri (se finiamo così, dateci una mano come noi avremmo fatto con loro). Insomma, è come parlare a nuora perché suocera intenda!
In assenza di chiare idee su come venir fuori dal pantano, la BCE ha offerto liquidità illimitata alle banche per fargli comprare titoli di Stato. Gli effetti finanziari si sono subito visti con temporanee riduzioni degli spread, ma gli effetti reali sono del tutto assenti. E ciò non deve destare meraviglia poiché le sole politiche monetarie espansive sono una cura palliativa specie nelle fasi in cui le imprese ed i privati tutto vogliono fuorché aumentare il proprio indebitamento. Anzi. Protrarre a lungo una situazione di abbondanza di liquidità equivale a gettare benzina sul fuoco rischiando di cadere nella ben nota “trappola della liquidità” dalla quale (forse) ora sta uscendo il Giappone, ma dopo vent’anni di economia sostanzialmente paralizzata. E mentre i governi dimostrano di non riuscire a dipanare la matassa sul come coniugare le necessità della crescita con quelle del rigore, gli effetti delle incertezze sulla direzione da prendere sono chiaramente avvertiti dai mercati paralizzati dal timore di vedere alternativamente punita la mancanza della crescita o la mancanza di austerità.
Con il cambio al vertice di alcuni importanti Paesi UE il partito della crescita sembra essersi rafforzato o, più semplicemente, ci si è resi conto che l’espansione non può essere perseguita aumentando il debito, già tragicamente ed insopportabilmente elevato. Ma ci si sta altresì convincendo che il solo rigore è ben lungi dal portare al risanamento delle finanze pubbliche ma è viceversa foriero di incrementi incontrollati e disperati della spesa sociale. Si sta insomma entrando in una terra di nessuno, dove le iniziali certezze lasciano il passo a possibili soluzioni di compromesso. Forse si arriverà ad un do ut des dove a ogni progresso verso il risanamento dei bilanci pubblici e sulle riforme strutturali di uno Stato, corrisponda una messa in comune di una parte del suo debito pubblico dando così attuazione ai principi costituzionali alla base dell’Unione a partire da quella “volontà dei cittadini e degli Stati d’Europa di costituire un futuro comune”
Diversamente l’Euro sarà sempre più a rischio.
Marchetto Morrone Mozzi

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